Europee 2009. Per la Democrazia.

Per una lista unica della sinistra

La relazione introduttiva dell’Assemblea per una lista unica

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di Luigi Ferrajoli

1. Poche parole introduttive sul senso e sul perché del nostro appello per un’unica lista della sinistra alle prossime elezioni europee: un appello che ha raggiunto oltre 2000 adesioni e che vuol essere al buon senso, alla ragione e, insieme, al senso di responsabilità dei vertici dei partiti dalle cui decisioni dipende il futuro della sinistra. Sappiamo che attualmente i gruppi dirigenti dei vari partiti della sinistra sono orientati alla presentazione di almeno due liste. E tuttavia sentiamo il dovere di insistere e di ribadire le ragioni del nostro appello. Che sono molto semplici.

La prima: oggi la sinistra a sinistra del Pd, a causa dello sbarramento del 4%, rischia una sconfitta, e forse la scomparsa, vittima delle sue divisioni, delle sue rivalità interne e della stanchezza e della sfiducia che queste divisioni hanno seminato nel suo elettorato.

La seconda: questo rischio non può essere corso – il paese non può permettersi il lusso di correrlo – perché la presenza nelle istituzioni di una rappresentanza politica di sinistra è oggi più che mai necessaria per difendere la democrazia dalla deriva autoritaria, illiberale, antisociale e anticostituzionale in atto.

Stiamo infatti assistendo allo smantellamento, lento ma progressivo, della democrazia italiana, giunta al punto più basso della storia della Repubblica. I passi in questa direzione sono inequivoci e convergenti. Il loro elenco è lungo: l’involuzione populista del nostro sistema politico e la crescente confusione e concentrazione dei poteri – politici, economici e mediatici – nelle mani del presidente del consiglio; i conflitti di interesse, o meglio il primato degli interessi privati su quelli pubblici, al vertice dello Stato; gli attacchi del presidente del consiglio alla costituzione repubblicana, le sue manifestazioni di insofferenza per i limiti e i controlli legali e le sue aggressioni alla magistratura e agli altri poteri dello Stato; le leggi ad personam e quelle dirette a indebolire la giurisdizione nei confronti dei delitti dei potenti. E ancora: le campagne razziste contro i rom e gli stranieri; le leggi che introducono le ronde e quelle che privano di fatto gli immigrati dei diritti elementari alla salute, all’alloggio e ai ricongiungimenti familiari e le pulsioni razziste da esse alimentate; la vergognosa bagarre scatenata sul dramma di Eluana Englaro e la bancarotta dei principi elementari di libertà e di laicità dello Stato, sacrificati a un patto di potere con le gerarchie cattoliche; il progetto di installare centrali nucleari contro cui si espresse 20 anni fa un referendum popolare; l’aggressione al sindacato, al diritto di sciopero e a tutte le forme di autotutela collettiva dei lavoratori; il controllo dell’informazione e dei media, soprattutto televisivi, come strumento di manomissione delle coscienze e di abbassamento del senso civico che sta trasformando l’Italia in un paese razzista, avvelenato dalla paura, dall’odio per i diversi e dal disprezzo per i deboli.

Di fronte a queste emergenze la risposta delle forze politiche alla sinistra del Partito democratico è assolutamente irrazionale e irresponsabile. Nessuno di noi è in grado di vedere o di capire, su di esse – sulla democrazia, sul lavoro, sui diritti – sostanziali differenze di linea tra queste diverse forze politiche. E tuttavia queste forze sembrano paralizzate dalle loro polemiche e divisioni interne: da una sorta di autolesionismo, di cupio dissolvi, che si manifesta in un clima generalizzato di ostilità e nelle infinite rivalità, diffidenze e maldicenze che ne hanno ormai logorato il tessuto connettivo. L’effetto di questo clima avvelenato sull’elettorato di sinistra è la sfiducia, o peggio il disgusto per la politica e la fuga nell’astensionismo; tanto che oggi il maggior partito della sinistra sembra sia diventato, in termini numerici, il partito dell’astensione.

2. Ebbene, contro questa deriva il nostro appello ha voluto esprimere due esigenze, tra loro strettamente connesse. La prima è la necessità che si ritrovi l’unità tra le forze della sinistra: un’unità che certamente esiste nel suo elettorato, come dimostrano le tante esperienze unitarie di base ed anche le tante adesioni al nostro appello. La necessità, in altri termini, che si ponga fine, nei partiti e fra i partiti, a un vizio antico e autodistruttivo: la diffidenza e il sospetto settario che porta sempre a vedere un nemico nel compagno più vicino e a svalutarne le differenti opinioni come segni di tradimento o di interessi inconfessabili; l’intolleranza per il dissenso anche su questioni marginali e la pretesa settaria che tutti si riconoscano in un pensiero unico e comune; l’incapacità di convivere, insomma, con compagni che hanno idee anche solo minimamente diverse. E’ mai possibile che a sinistra si insista sempre, giustamente, fino alla retorica, sul rispetto e sul valore delle differenze, sul contatto con l’”altro” come fattore di arricchimento, e poi non si riesca ad accettare le fisiologiche divergenze che sempre contrassegnano ogni comunità di persone libere e mature?

La seconda esigenza è che si dia un segno di rinnovamento nelle forme dell’agire politico e anzitutto nella riforma delle forme della rappresentanza. E’ in questo spirito che abbiamo avanzato la proposta che i gruppi dirigenti facciano un passo indietro, non candidandosi nelle liste per le prossime elezioni: non solo per ridurre al massimo le competizioni e le rivalità che affliggono i loro gruppi dirigenti, ma anche, e soprattutto, per restaurare la distinzione, e con essa il rapporto di rappresentanza e di responsabilità, tra istituzioni e partiti, da tempo dissolta dalla pratica delle autocandidature e delle cooptazioni. Ciò che chiediamo, in breve, è una rifondazione della rappresentanza politica, possibile solo se i partiti torneranno ad essere organi della società, anziché dello Stato, e a tal fine assumeranno regole elementari di democrazia interna ed esterna, a cominciare da quella dell’incompatibilità tra cariche di partito e cariche istituzionali. Solo in questo modo i partiti riacquisteranno credibilità e autorevolezza e torneranno a motivare l’impegno politico: se diverranno partiti sociali, oltre che politici, cui compete l’elaborazione dei programmi e degli indirizzi, ma non la diretta gestione dei pubblici poteri, i quali risulteranno così responsabilizzati nei loro confronti: se saranno insomma, come chiede l’art.49 della Costituzione italiana, strumenti dei cittadini e del loro “diritto a concorrere, con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Queste due esigenze, ripeto, sono strettamente connesse. In tanto si possono ritrovare le ragioni dell’unità nelle emergenze in atto, cioè nella necessità di difendere la democrazia e il lavoro, la costituzione e i diritti fondamentali, in quanto si mettano da parte i personalismi, le rivalità e le divisioni di vertice. Ma per far questo è necessario il passo indietro che chiediamo ai partiti: la promozione e il sostegno di una lista unica della sinistra, nella quale non siano candidati i loro dirigenti, ma solo cittadini comuni, rigorosamente disposti in ordine alfabetico. Aggiungo che queste due esigenze – l’unità della sinistra e la rifondazione della rappresentanza – vanno ben al di là della prossima scadenza elettorale. Si tratta dei due problemi vitali dalla cui soluzione dipende la sopravvivenza stessa di una sinistra politica nel nostro paese.

Per questo chiediamo oggi ai dirigenti dei partiti di anteporre l’interesse per il futuro della sinistra e per il futuro della democrazia al loro pur legittimo interesse di partito. Sappiamo che esiste, in Italia, un’area vasta di persone di sinistra – forse il 10% dell’elettorato – che non si riconosce nel Partito democratico o che è comunque delusa dai suoi mille compromessi e non merita di essere privata di rappresentanza politica dalle frammentazioni del ceto politico e dai loro contrapposti arroccamenti che favoriscono solo la dispersione dei voti e l’astensionismo. Ma soprattutto siamo tutti consapevoli che tale rappresentanza è oggi più che mai necessaria alla difesa della Costituzione e della democrazia, alla salvaguardia dei diritti e delle condizioni di vita di milioni di lavoratori e alla costruzione di un’alternativa credibile al berlusconismo, oggi trionfante per l’assenza di una seria opposizione. Il PD, infatti, proprio a causa della mancanza di una consistente forza politica alla sua sinistra, resta costantemente esposto a tentazioni centriste e compromissorie, che solo la pressione esercitata dalla concorrenza di una forza credibile alla sua sinistra può arginare.

E’ su questa responsabilità, che tutti ci accomuna, che oggi chiediamo un confronto razionale ai dirigenti dei partiti, che ringraziamo di aver accolto l’invito a venire in questa assemblea. Si tratta di una responsabilità che non esito a chiamare storica. Un’ennesima sconfitta sarebbe infatti imperdonabile. E non sarebbe perdonata.

3. Ma noi vogliamo essere, dobbiamo essere, ancora, ottimisti. Ho appena detto che i dirigenti dei partiti dovrebbero anteporre agli interessi di partito l’interesse per il futuro della sinistra e della democrazia. Ma io credo che la promozione della lista unica proposta dal nostro appello sarebbe anche nell’interesse dei loro partiti. Per questo diciamo ai partiti e ai loro dirigenti: pensate alla crescita della vostra credibilità e del vostro prestigio che proverrebbe da questo passo indietro; assumete per una volta il punto di vista esterno dei vostri elettori, tanto consapevoli della gravità delle emergenze in atto quanto disinteressati al merito delle vostre divisioni. Al di là dell’attuale contingenza elettorale, quel passo indietro, adeguatamente motivato, equivarrebbe a un sicuro passo avanti nella rifondazione della sinistra e della sua rappresentanza politica.

Ovviamente, è opportuno ribadire, il nostro è un appello per una lista unica, e non semplicemente unitaria. Ciò vuol dire che se esso non sarà accolto da tutti, se si presenteranno più liste – anche solo due liste – vorrà dire che la nostra iniziativa è fallita, dato che non potrà riconoscersi in nessuna delle liste tra loro in concorrenza, neppure in  quella di quanti dichiareranno di condividerne le ragioni.

E, tuttavia, neppure in tal caso il nostro impegno sarà concluso. Continueremo a chiedere ai partiti due cose. La prima è che cessino, fin da questa campagna elettorale, di litigare: di risparmiarci lo spettacolo penoso delle loro maldicenze e dei loro dibattiti bizantini sulle loro identità. La seconda è che essi prendano atto dei due problemi che ho sopra ricordato e dalla cui soluzione dipende non solo il loro futuro, ma anche il futuro della sinistra e della democrazia: l’unità della sinistra e la crisi della loro rappresentatività politica. I gruppi dirigenti dei vari partiti di sinistra devono infatti essere consapevoli che essi, ormai e sempre più, rappresentano poco più che se stessi; che l’elettorato democratico di sinistra potrà anche votarli – e certamente noi ci auguriamo che comunque li votino – ma nella sua grande maggioranza non capisce né tanto meno si sente rappresentato dalle loro divisioni e dai loro litigi.

Per questo, qualunque sarà l’esito non solo della nostra iniziativa ma anche delle elezioni, continueremo a proporre al dibattito politico i due problemi dell’unità della sinistra e della dissoluzione della rappresentanza, invitando tutti i partiti a confrontarsi su di essi, in pubblici convegni, oltre che sui temi dell’attuale emergenza: la crisi della democrazia e gli attacchi al lavoro e ai diritti sociali.

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Written by perlademocrazia

9 marzo 2009 a 11:20

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