Europee 2009. Per la Democrazia.

Per una lista unica della sinistra

L’assemblea vista dal Manifesto: «Divisi a sinistra, processo ai partiti»

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di Matteo Bartocci

Paul Ginsborg: «Niente da fare, ma speriamo che prima o poi la lunga lista dei fallimenti si interrompa». Un’assemblea per prendere atto che è stata respinta la proposta (lanciata sul manifesto) di andare alle elezioni insieme e senza candidati degli apparati. Idee per il futuro e preoccupazione per giugno: «Avremo due debolezze contrapposte», «crescerà l’astensionismo. Caduto l’ultimo appello per una lista unitaria Delusione a Firenze. Si pensa al dopo europee.

«Niente da fare, lasciamo che le cose facciano il loro corso. Speriamo che prima o poi la lunga lista di fallimenti si fermi». È chiaro già a metà mattinata, quando Paul Ginsborg lascia l’affollata assemblea fiorentina, che i giochi per le europee sono ormai fatti nonostante la generosità degli appelli come quello pubblicato sul manifesto a favore di una lista unitaria della sinistra. Eppure, dopo decine di interventi tutti molto critici verso i partiti esistenti, la speranza è l’ultima a morire. A Giulio Marcon, uno dei firmatari, non resta che prendere atto chiudendo i lavori che le ipotesi elettorali in campo sono (almeno) due, quella di Prc-Pdci e quella rossoverde che va dai socialisti a Vendola: «Noi non vogliamo né una riedizione dell’Arcobaleno né una terza lista della società civile – spiega Marcon – crediamo che l’unità a sinistra debba essere la stella cometa di tutti, perciò prendiamoci del tempo, facciamo una moratoria di una settimana sulle liste per vedere se la partita è proprio chiusa». È l’ultimo, disperato, appello. Il cerino, ora, torna in mano a Rifondazione. O meglio, alla sinistra tutta. A sentire le decine di interventi di ieri a Firenze ci sono molte ragioni per essere preoccupati.

E non solo per l’analisi lucida e molto critica fatta da Luigi Ferrajoli in apertura. Questo appuntamento autoconvocato era per i partiti ex Arcobaleno una forca caudina sotto la quale passare un po’ di malavoglia. Duecentocinquanta persone, alla casa del popolo di san Bartolo a Cintoia: una platea attenta ma generalmente composta da uomini ben oltre i 50. Pochi i politici presenti, l’unico leader di partito a intervenire è Nichi Vendola. Assenti verdi di «sinistra» come Paolo Cento, dirigenti quasi sconosciuti per tutti gli altri partiti. Forse perché si affrontano questioni scomode: «Sulla forma di questa unità si decide oggi, ci si deve scontrare subito», avverte invano tra i primi interventi Mario Agostinelli (Prc indipendente in Lombardia). Tra palco e realtà spira forte anche qui il vento dell’antipolitica e della rabbia, un filo rosso che lega una base appassionata e delusa a un sindacalista in prima linea come Tiziano Rinaldini (Cgil). Non si tratta tanto di critica alla «casta» (che pure affiora), quanto di insofferenza per la politica di partito, per le sue forme, per la sua distanza dalla società e i suoi riti. Si cerca un nuovo rapporto tra democrazia diretta e democrazia delegata, la pari dignità tra rappresentanza politica e conflitto sociale. «Questi partiti – si sfoga uno degli interventi dal palco – sono irriformabili. Non hanno futuro, non hanno capacità espansiva, nessuno si avvicina più ai loro meccanismi interni. Sono uguali e peggiori dei partiti che sono scomparsi, compreso il Pci, finito non solo per la caduta del Muro». L’altro rischio, più volte citato, è un aggravamento dell’astensionismo. Ad aprile, dicono le analisi più recenti, il primo partito tra gli operai del Nord non è stato la Lega ma il non voto.

«A giugno tra la falce e martello e un carnevale di simboli l’astensionismo sarà sicuramente il primo partito della sinistra», prevede Mario Pianta. «I miei studenti – concorda Andrea Manni, un insegnante di Firenze – non è vero che non pensano alla politica, solo che per loro è davvero quella di Porta a porta». Difficile appassionarsi. «Ricordiamoci – dice Manni – che non c’è stato solo il disastro dell’Arcobaleno ma anche quello dei congressi estivi dei quattro partiti, che ho seguito alla radio come non facevo da anni e in cui ho sentito dare il peggio di sé». «Anche se l’appello unitario non sarà raccolto noi andremo avanti lo stesso», avverte Ginsborg guardando già a dopo le europee. Il come lo spiega Mario Pianta: due assemblee-convegni nazionali – una in una città del Nord l’altra nel Sud – dedicate alla crisi della democrazia e della rappresentanza e alla crisi economica, ambientale e del lavoro. Una messa a fuoco di contenuti e proposte che raccolga le decine di campagne che oggi la sinistra, tutta insieme, è ancora capace di fare senza trovare una rappresentanza comune. Dalla battaglia sui beni comuni come l’acqua fino alla rivoluzione verde nell’economia, dalla difesa della Costituzione e del contratto nazionale a vertenze come Tav o Dal Molin, la sinistra non è scomparsa dal paese. Ma percepisce sempre di più, a torto o a ragione, chi deve rappresentarla come un tappo. «Due liste si indeboliranno a vicenda e di conseguenza indeboliranno tutti noi, lavoratori e cittadini», prevede Raffaele D’Agata dell’università di Sassari. La lotta all’ultimo sangue per la soglia di sbarramento rischia di lasciare sul campo morti e feriti. Meglio premunirsi in tempo per non rimanere sotto le macerie.

IL SIMBOLO – L’accordo è fatto Il notaio aspetta Vendola e gli altri

FIRENZE «Basta con le prese in giro, lunedì o martedì Vendola e Fava vanno dal notaio a depositare il loro simbolo, fermate tutto o vi mandiamo a quel paese un’altra volta», tuona dal palco di Firenze il vicentino Olol Jackson dei comitati no Dal Molin. Ma l’ultimatum è destinato a cadere nel vuoto, fermare le macchine delle due liste a sinistra è ormai impossibile. Entro venerdì il nuovo simbolo dell’alleanza tra Vendola, Fava, Verdi e socialisti sarà presentato in una conferenza stampa a Roma. Ancora non è dato sapere esattamente come sarà e con quale nome, ma in due parole girerà attorno a «sinistra» e «libertà». Piaccia o no la road map è tracciata, con tanto di manifestazione pubblica a piazza Farnese a Roma a fine marzo. Nichi Vendola è l’unico leader di partito a parlare dal palco. La delegazione politica del suo movimento è la più folta, in platea ci sono Franco Giordano, Gennaro Migliore e Betta Piccolotti. Il presidente della Puglia (in cinque minuti come tutti) accoglie l’appello all’unità, è appena tornato da Praga e racconta della crisi drammatica dell’Est, invita a un rapporto «non strumentale» con le elezioni. Guadagna applausi quando si schiera con la Cgil per la difesa del contratto e curiosamente è il primo – e a conti fatti uno dei pochissimi di radice non ecologista – a parlare di ambiente e di conversione verde della sinistra. Tuttavia sull’Italia si fa cauto, parla esplicitamente di «largo accordo elettorale». Un tono sicuramente più ecumenico ma per ora meno chiaro rispetto a quello che arriva subito dopo a nome di Rifondazione da Maurizio Acerbo. Il Prc mette «a disposizione delle tante sinistre di questo paese le sue liste», si limita a ricordare il consigliere abruzzese. È con qualche stupore perciò che i dirigenti ex rifondaroli assistono alla metaforica fucilazione pubblica di tutti i politici di sinistra che si invoca dal palco. In fondo sono stati i primi ad aderire all’appello pubblicato sul manifesto e non sembrano troppo rigidi nell’apertura delle liste. Tuttavia, ammette Davide Rognoli di «Unire la sinistra» (gli ex Pdci di Guidoni e Bellillo), «la nostra lista è sospesa a metà tra l’essere un cartello elettorale e un progetto politico». Un ibrido che serve anche a vincere le resistenze che ci sono. Soprattutto nei Verdi, che oggi si riuniscono a Roma in un delicato consiglio federale dedicato proprio al simbolo per le europee. Gianfranco Bettin, ambientalista del nord est, coglie l’opportunità dell’assemblea fiorentina per evitare che il cartello si coaguli in un nuovo partito. «I comunisti hanno legittimamente deciso la loro strada, noi convochiamo subito un’assemblea con chi ci sta per decidere come andare avanti per la nostra». In pochi però raccolgono il suo invito alla pausa di riflessione. Anche perché il sospetto sussurrato a mezza bocca è che rallentare il cartello della sinistra alla fine giovi solo a un Pd alla canna del gas, il partito con cui una parte non secondaria dei Verdi, in Veneto e non solo, guarda come il vero obiettivo per un’alleanza.

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Written by perlademocrazia

8 marzo 2009 a 16:44

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