Europee 2009. Per la Democrazia.

Per una lista unica della sinistra

Qualcosa di sinistra per le europee

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di Fausto Bertinotti

L’appello di molte e autorevoli personalità della sinistra italiana (il manifesto di venerdì), incoraggia a non considerare persa la battaglia per la presentazione di una lista unitaria e di sinistra alle prossime elezioni europee. E’ un appello nitido e pienamente condivisibile. Bisognerebbe non lasciarlo cadere e farne l’oggetto di una vera e propria mobilitazione, ampia e continuativa.

Molti tra quelli che incontri ti chiedono di far qualcosa perché la sinistra non vada incontro a un nuovo disastro fin dalla prossime europee, questa volta a causa della propria accidia. Un disastro annunciato, politico, prima ancora che nel conteggio delle schede delle prossime elezioni. Sono in tanti a dirtelo comunicandoti un disagio forte, uno spaesamento, come una disperazione politica. Chiedono che si faccia qualcosa per non essere condannati a non sapere più come e per chi votare (non mi riferisco, ovviamente, a coloro per i quali l’astensione è una scelta politica, sebbene…). Dopo la clamorosa vittoria della destra in Sardegna, clamorosa almeno per le proporzioni che ha assunto malgrado il centro-sinistra fosse guidato da una personalità della forza di Soru, e dopo le dimissioni di Veltroni, che dichiarano lo stato di crisi del Pd, per nulla coperto dalla sua assemblea nazionale, sembra persino incredibile che si possa proseguire, a sinistra, nella corsa verso le elezioni come se nulla fosse accaduto. Già prima di questi fatti politici la scelta di rinunciare a lavorare per la costruzione di una lista unitaria capace di raggruppare almeno tutte le forze della sinistra radicale per aprirla alla presenza della società e dei movimenti, era apparso a molti, chi scrive tra questi, un grave errore politico. Il rifiuto del rassemblement, per ripiegare sulle liste di partito o di un ristretto raggruppamento di forze politiche, sarebbe stata comunque, già allora, un’opzione rinunciataria, una scelta che avrebbe sancito l’irreversibilità della sconfitta, che avrebbe registrato, introiettato e alimentato le spinte centrifughe e la conflittualità interna al campo della sinistra quando, al contrario, ci sarebbe bisogno più che mai di lavorare a una inversione di tendenza, a raccogliere una ancor diffusa domanda di protagonismo e di partecipazione.

Infatti, tanto è drammatico il vuoto e la crisi della sinistra, tanto la crisi, la recessione, l’avanzare di una costituzione materiale come controriforma, ne propongono il bisogno. Ma se questo già si poteva pensare, dopo la vittoria delle destre anche in Sardegna e lo squadernarsi di fronte a noi della crisi del Pd (ma si dovrebbe dire del fallimento dell’operazione politica che ne aveva dato origine) la scelta del mantenimento della divisione a sinistra alle elezioni europee, mentre è stata approvata la legge che introduce la soglia di sbarramento, appare davvero incredibile e autolesionista, quando ci si sottragga alla logica ristretta della singola organizzazione politica. Credo che chi può, debba pronunciarsi ora, debba esporsi anche personalmente, per quel poco che vale, affinché intervenga un ripensamento, un cambiamento di rotta, almeno per non condividere la responsabilità di una scelta perdente. So che le decisioni sembrano da tutti i protagonisti sostanzialmente già prese. La più importante delle formazioni interessate, il Prc, lo ha deciso anche formalmente. Ma da allora sono accaduti fatti nuovi, pesanti, che scuotono il campo largo della sinistra di ogni genere. Si può rispondere con un tiremm innanz, ma sappiamo come andò a finire. E’ ancora possibile riaprire la discussione con tutti gli interessabili, mostrare una vitale reattività di fronte a fatti nuovi, imprevisti e pesanti. Non è così difficile, in sé. Non si tratta di rispondere alla domanda, questa sì difficile, su come ricostruire, in Italia e in Europa, una sinistra anticapitalista capace di farsi valere, su quali basi teoriche ricostruirla, su quali modelli di organizzazione, su quale programma fondamentale, su quale parallelogramma di forze e soggetti. Questo, che è il problema dalla cui soluzione dipenderà il destino della sinistra e che, dunque, è il nostro problema fondamentale, non è nella posta in gioco delle prossime elezioni, certamente la trascende.

Per le elezioni europee, più banalmente, si tratta di offrire a tutti coloro che si sentono di sinistra o che avvertono acuto il bisogno della sinistra, di poterla votare, di poter esprimere questa volontà, questo bisogno, anche col voto. C’è un solo modo per farlo, mettere insieme tutte le forze politiche, tutte le soggettività che si collocano a sinistra nelle forme proposte dall’appello, sulla base di una piattaforma imperniata su pochi punti qualificanti per un’altra Europa, i punti di un programma minimo che parli di un’Europa di pace, di una politica per la piena e buona occupazione, per una reditribuzione del reddito a favore del lavoro, per l’universalizzazione di fondamentali diritti della persona. Una piattaforma minima, che vive già nei fatti, e che può accompagnare le mille battaglie per il lavoro, ecologiche, per i diritti della persona e per la pace che si prospettano e che solo così, dall’Italia, troverebbero una presenza di sostegno nel parlamento europeo.

Sono le ragioni anche di ieri, si dirà. Sì, ma come non vedere che la crisi del Pd investe l’intera sinistra? Questa crisi si innesta sulla crisi di più lungo periodo delle due sinistre la cui gravità fa sì che non esista, già oggi, una sinistra politica efficace in Italia. Se la sinistra risulterà nei vari passaggi ininfluente o marginale nelle risposte da costruire a questa crisi, il rischio è che la sinistra non ci sia neppure domani. Ogni nostra scelta deve potersi collocare qui. Deve proporsi di rifiutare, sconfiggere questo esito drammatico e inaccettabile. Ogni passaggio, allora, va vissuto come contributo alla ricostruzione della sinistra, intanto facendo sì che essa agisca al meglio per come è, affinché viva anche nelle elezioni un suo rapporto con la società. Anche la lista delle candidature dovrebbe testimoniarlo con uno spazio grande offerto dalle forze politiche alle competenze, ai saperi, alle esperienze di movimento esistenti nel paese. Mettersi al sevizio è un atto di modestia ma anche un investimento politico. Non reggono gli argomenti contrari, tanto meno oggi. L’arcobaleno non c’entra niente. La tesi secondo la quale chi si separa da un partito non può con esso allearsi in un cartello elettorale è inconsistente quanto la tesi opposta e simmetrica. Non c’è chi non sappia la differenza tra un partito e una alleanza, per giunta elettorale. L’argomento di chi non essendo comunista non potrebbe allearsi con i comunisti andrebbe dismesso per una semplice ragione di decoro politico e di igiene mentale. A sinistra, per l’oggi elettorale, ma anche per il domani di chi si proponga la ricostruzione di una sinistra nella quale viva la critica al capitalismo (se no, che sinistra sarebbe?) è bene non nascondere la natura degli eventuali rifiuti alla lista unitaria dietro argomenti oltre che infondati anche dannosi. Ma sarebbe necessario che essi venissero fatti cadere cogliendo l’occasione delle novità intervenute e dell’appello. Si sarebbe ancora in tempo per evitare il peggio.

Dal Manifesto del 25 Febbraio 2009

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Written by perlademocrazia

3 marzo 2009 a 08:22

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