Europee 2009. Per la Democrazia.

Per una lista unica della sinistra

Dieci mosse per la sinistra alle europee come la sinistra potrebbe ridarsi una forma e riprendere voti

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Pochi giorni prima dell’appello, il 5 febbraio, era uscito sul Manifesto questo articolo a firma di Giulio Marcon e Mario Pianta. Ve lo riproponiamo.

Le disgrazie non vengono mai sole, lo sappiamo. Ad aprile scorso la vittoria di Berlusconi e la completa sconfitta delle forze politiche di sinistra. A settembre la crisi finanziaria che apre la più grave recessione mondiale da settant’anni. Proprio quando più è necessaria una politica capace di governare la crisi, i vertici delle piccole formazioni di sinistra – nel frattempo divise in ogni possibile frazione – prospettano di presentarsi alle elezioni europee di giugno con tre o quattro liste diverse, sicure di non superare la soglia di sbarramento al 4% imposta dal governo e da Veltroni.

Se i partiti non pensano a “saltare un giro”, come ha proposto il direttore del manifesto Gabriele Polo, certo ad astenersi ci penseranno gli elettori di una sinistra che nella società resta viva e vegeta, ma non trova un’espressione politica degna di questo nome, mentre altri cederanno alle sirene populiste di Antonio Di Pietro o Beppe Grillo. Una via d’uscita, con un passo indietro dei partiti, è stata proposta sul manifesto, prima da Giorgio Parisi, il 22 novembre 2008, poi con la proposta di Rina Gagliardi del primo febbraio scorso. Proviamone la fattibilità, allora. Che cosa c’è oggi di sinistra in Italia? Milioni di persone si sono date da fare da aprile in poi. Gli studenti sono entrati in agitazione come mai da decenni, il sindacato ha organizzato decine di scioperi e le cento manifestazioni della Cgil, abbiamo avuto i cortei per la pace in Medio Oriente durante il massacro di Gaza, mille iniziative antirazziste contro le nostre barbarie quotidiane verso gli immigrati, le idee del Forum sociale mondiale di Belem e migliaia di piccole campagne locali.

Tutto questo non si è ancora tradotto in un protagonismo politico e le esperienze migliori, come l’iniziativa per una Sinistra unita e plurale promossa dal gruppo fiorentino intorno a Paul Ginsborg, non hanno fatto la strada necessaria. Eppure, è sempre dalla democrazia come partecipazione che dobbiamo partire. Se l’obiettivo è far vivere una sinistra – sociale e solidale, ambientalista e pacifista, plurale e unitaria – e portarne la voce al Parlamento europeo (e magari negli enti locali), diventa essenziale definirne le forme e i contenuti. Paradossalmente, sui contenuti il lavoro è più facile: il tracollo del neoliberismo e la nuova presidenza Obama aprono l’opportunità per politiche contro le diseguaglianze e per i diritti dei lavoratori e delle persone, contro la speculazione finanziaria e per uno sviluppo sostenibile e di qualità come risposta alla crisi, contro le guerre e per riduzioni delle armi e della spesa militare. E’ soprattutto sulle nuove forme di una politica che sappia esprimere le energie del paese che occorrono idee nuove. Ne proponiamo dieci, che possono tracciare la strada da oggi alle elezioni europee – e magari avviare un più lungo percorso di ricomposizione della sinistra. Le abbiamo riprese dalle migliori tradizioni del movimento operaio, dai Verdi all’inizio della loro storia, dalle pratiche più avanzate di democrazia in giro per il mondo.

1. I partiti saltano un giro e si presenta una lista della buona politica, con al centro i diritti, la pace, l’ambiente, il lavoro, un’altra idea di sviluppo, la questione di genere. A governare quest’esperienza si scelgono sei “saggi” (che non si candidano), tre uomini e tre donne, che non siano politici di professione e con importanti esperienze di lavoro nei movimenti, nel sindacato, nella cultura (lo fecero i Verdi per le prime candidature negli anni ’80).

2. Associazioni, movimenti, sindacati, comitati locali, giornali come il manifesto, reti e voci della società civile che vi aderiscono diventano i “garanti” di questa lista, in accordo con i partiti che rinunciano a presentarsi con i loro simboli alle elezioni europee. Si stabilisce un “patto di consultazione” tra gli eletti e i movimenti per concordare in modo permanente politiche e iniziative.

3. Da questo mondo emergono le candidature alle elezioni. C’è incompatibilità tra candidature e cariche di partito (una tradizione degli albori del movimento operaio) e c’è un limite massimo di due mandati tra parlamento europeo, nazionale, consigli regionali. In questo modo si evita che la politica sia un lavoro a vita.

4. Si organizzano le primarie per la scelta dei candidati e per definire i contenuti del programma politico. Una consultazione di massa sulla politica, una pratica di democrazia diretta che ha dato buoni frutti perfino nell’Unione.

5. Le liste dovranno avere lo stesso numero di uomini e di donne, presentati in ordine alfabetico. E’ una lezione da imparare dal femminismo: riconoscere la dimensione di genere della politica e favorire la partecipazione di tutti e di tutte.

6. I candidati si presentano nel collegio dove risiedono o svolgono abitualmente la loro attività. Questo valorizza la dimensione comunitaria e locale, il rapporto della politica con il suo insediamento sociale.

7. Gli eletti avranno una retribuzione massima complessiva di 100mila euro lordi. La quota eccedente viene versata nei fondi della lista. Il rinnovamento della politica parte anche dalla sobrietà dei protagonisti.

8. La metà dei fondi della lista (finanziamento pubblico e quota delle retribuzioni degli eletti) viene destinata a un “Fondo per la politica diffusa” che sostiene le iniziative di movimenti, comitati, etc. E’ quello che facevano i Verdi all’inizio della loro storia, utilizzando i soldi per progetti di natura ambientale.

9. I meccanismi di decisione all’interno della lista e nel “patto di consultazione” utilizzano forme di democrazia deliberativa, il metodo del consenso, il sorteggio di rappresentanti ove necessario, evitando la formazione di correnti e il voto a maggioranza.

10. Tra le attività della lista c’è l’organizzazione di una piattaforma web di e-democracy, utilizzata per informare i cittadini, dare conto dell’attività politica e legislativa, effettuare consultazioni con i propri elettori, praticare nuove forme di partecipazione politica, dare visibilità ad esperienze locali. Le opportunità di democrazia offerte dalla rete devono essere utilizzate.

Rimaniamo convinti che la rappresentanza sociale non debba sostituirsi a quella politica e che il principio guida debba essere quello della “pari dignità” delle diverse forme della politica (partiti, movimenti, associazioni, etc.), ciascuna con la sua specificità. Ma, in questo momento di emergenza – con partiti sempre più frammentati e autoreferenziali, incapaci di autoriformarsi – ci sembra necessaria una scossa, una forte discontinuità. Queste dieci regole non rappresentanto certo un progetto politico complessivo – altri sono i momenti per discuterne – ma scegliere questa strada, da qui alle elezioni europee, rappresenterebbe una svolta, darebbe il segnale che la sinistra è capace di provare a cambiare la politica e il suo modo di essere. E anche di avere successo alle elezioni.

Giulio Marcon e Mario Pianta

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Written by perlademocrazia

25 febbraio 2009 a 15:11

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3 Risposte

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  1. Volevo inserire l’articolo del Manifesto del 22 Novembre al quale si riferiscono Giulio Marcon e Mario Pianta.

    Giorni fa Marco d’Eramo scriveva su questo giornale che Obama si è aggiudicato le elezioni presidenziali quando è riuscito a convincere gli elettori che il cambiamento, il futuro, stavano dalla sua parte. La sua stessa candidatura era di per sé il simbolo del cambiamento. Su queste basi è riuscito a costituire un movimento di milioni di persone, che si sono mobilitate, anche contribuendo finanziariamente alla campagna elettorate. Invece la nostra sinistra dà un’idea di vecchio, di ripetitivo, mentre un partito autoritario come Forza Italia non ha perso l’attrazione del nuovo. Per tornare a parlare con il Paese, per tornare a vincere, la sinistra deve assolutamente comunicare un forte segnale di discontinuità con le pratiche politiche del passato, e incominciare a sperimentare un modo diverso di fare politica, al di là delle attuali divisioni.

    Le prossime elezioni europee sono una necessità stringente di rivincita e anche un’occasione unica; ma per coglierla la sinistra deve rinnovarsi, attirando l’attenzione degli italiani, prima ancora che sui programmi, sul suo modo di procedere. Deve fare qualcosa di mai tentato in Italia, che stupisca, che attiri attenzione, simpatia ed interesse, che faccia venir voglia di partecipare anche a tutti coloro che sono disgustati “da riti congressuali, notabili, conteggi di tessere, quote alla Cencelli per correnti, sottocorrenti e gruppi, e di tutte quelle pastoie da casta politica”. Solo se la sinistra cambia profondamente se stessa, rompendo i ponti con le prassi del passato, riuscirà a presentarsi in maniera credibile come un soggetto politico davvero capace di cambiare profondamente questo Paese.

    È incominciato in questi giorni il dibattito politico sulla presentazione delle liste alle elezioni europee, e il tema che attira di più l’attenzione è come si aggregheranno i vari partiti e movimenti che costituiscono la sinistra. Sinceramente penso che questo sia un falso problema. Sono convinto che sia destinata alla sconfitta qualsiasi soluzione – con uno, due o più raggruppamenti – che alla fine, dopo trattative ai vertici produca liste aventi in posizioni dominati segretari di partito, ex parlamentari… L’inserimento di qualche faccia nuova non cambierebbe di molto il risultato finale.

    Se la sinistra non riesce a far vedere agli elettori che il cambiamento sta dalla sua parte, ha perso. Il problema centrale del dibattito dovrebbe essere come formare liste della sinistra il più possibile unitarie, dando vita ad un processo partecipato, che non abbia quell’odore di cartello elettorale, di spartizione delle poltrone tra i partiti, che aleggiava attorno all’Arcobaleno.

    Vorrei contribuire al dibattito facendo una proposta esplicita per la formazione di una lista, appoggiata dai vari partiti e movimenti della sinistra, basata sui seguenti punti:

    • Non possono candidarsi alle elezioni europee tutti coloro la cui fonte principale di reddito in questi ultimi anni proviene da attività politiche o sindacali, per esempio ex Deputati o Senatori, assessori regionali, provinciali o di grandi comuni, funzionari di partito.

    • Non possono candidarsi alle elezioni europee i membri delle direzioni nazionali dei movimenti o dei partiti della sinistra.

    • Fatte queste eccezioni, le candidature sono aperte a tutti coloro che condividono il programma elettorale, indipendentemente dal fatto se siano iscritti o no a qualsivoglia partito o movimento della sinistra. Le candidature (accompagnate da un curriculum di attività politiche che verrà reso pubblico) saranno vagliate da un comitato di garanti, col mero scopo di verificare la coerenza con gli ideali del programma.

    • Successivamente i candidati verranno scelti mediante primarie (includendo quote riservate per ciascun sesso) e verranno messi in lista in ordine alfabetico. Ovviamente se venisse abolito il voto di preferenza, l’ordine non sarebbe alfabetico, ma determinato dalle primarie.

    • Il programma deve essere molto sintetico e basato su proposte concrete e valori condivisi (per esempio avere una legislazione europea in accordo con i principi della nostra bella Costituzione). Ci si può concentrare su qualche punto chiave come l’intervento pubblico per garantire un reddito minimo a chi perderà il posto a causa della crisi, o lo sviluppo delle energie rinnovabili (ricerca e nuove tecnologie). Le primarie stesse possono anche essere utilizzate per determinare le priorità dei punti chiave.

    Vorrei essere molto chiaro. Io penso che i politici di professione siano una grande risorsa per la sinistra, ma non sono l’unica. Trovo disgustosi, e segno di imbarbarimento, gli attacchi che sono stati fatti recentemente in televisione a Vendola, al quale va tutta la mia solidarietà. Ho una grande stima per le persone che ho qui proposto di escludere dalle liste (alle quali io stesso appartengo): il loro contributo è cruciale e non possiamo pensare di fare a meno della loro esperienza anche tecnica.

    Tuttavia in queste elezioni è in gioco la capacità della sinistra di dimostrare di essere in grado di finirla con le pratiche di spartizione pesate dei posti di potere, e di riportare la scelta dei candidati nelle mani del popolo della sinistra. Bisogna far arrivare a tutti gli italiani il messaggio che lo si sta facendo già in queste prime elezioni dopo la catastrofe. Le primarie da sole non bastano: un dirigente politico partirebbe troppo avvantaggiato rispetto a chi fa politica al di fuori dei partiti.

    Per uscire da una grave crisi di rappresenza la sinistra deve dare adesso un segno chiaro. In successive elezioni le liste si potranno fare differentemente, con una ponderata combinazione di politici di professione e di coloro che fanno politica nella società. Ma il primo appuntamento nazionale dopo la sconfitta delle politiche deve testimoniare la capacità della sinistra di fare politica in maniera nuova, per recuperare tutti coloro che le hanno voltato le spalle alle elezioni precedenti. In questo modo si otterrebbe anche il vantaggio non trascurabile di spazzare via tutte le discussioni e trattative in atto sull’organizzazione delle liste per le europee, discussioni che rischiano di avvelenare il clima politico e – anche se finissero con una lista unitaria – lascerebbero l’amaro in bocca.

    Il metodo che propongo, se fatto adeguatamente conoscere, avrebbe una forte risonanza: le candidature aperte, le primarie con risultato non precostituito, la partecipazione di tutta la società, le discussioni politiche ad ampio spettro, tutti questi fattori attirerebbero l’attenzione sulla sinistra, che potrebbe giustamente e orgogliosamente dimostrare di essere sostanzialmente diversa dagli altri partiti. Molti la voterebbero, anche al solo scopo di incoraggiare la politica italiana a muoversi con modalità nuove. Sarebbe una campagna elettorale che potrebbe mobilitare un gran numero di persone; non so se sarebbe il punto di partenza per nuove aggregazioni politiche, tuttavia sarebbe almeno l’inizio di un nuovo modo di fare politica. In momento in cui i partiti della sinistra stanno riflettendo sul loro futuro, conviene a tutti fare un passo indietro e far entrare nell’arena della politica nazionale energie nuove.

    Recentemente il movimento degli studenti ha mostrato come la richiesta di cambiamenti di metodo continui a essere forte e come sia possibile organizzarsi con grande successo senza ripercorrere pedissequamente le tracce dei precessori; la sinistra dovrebbe ispirarsi al loro esempio.

    giorgio.parisi

    26 febbraio 2009 at 17:56

  2. Sottoscrivo l’appello, però mancano alcune cose fondamentali e la prima di tutte è la questione morale.
    E’ possibile che a sinistra non si riesce a capire che è una questione fondamentale? La legalità è il potere dei senza potere.
    Solo chi ha perso il collegamento con il popolo può scrivere e dire un sacco di belle parole ma che sono vuote senza la sottoscrizione della regola numero 1 della convivenza civile: il rispetto della legalità. Purtroppo la sinistra si porta dietro da tempo immemore una insofferenza verso le leggi che si può osservare anche nelle 10 mosse per la sinistra alle europee.
    Allora oltre al fatto che i candidati non possono avere cariche nel partito, oltre alla ineleggibilità per più di due mandati bisogna inserire l’ineleggibilità per chi ha pendenze con la giustizia e, nel sud, anche il sospetto che ci possa essere connivenza con la Mafia. L’eletto è al servizio del popolo e non il contrario. La carica istituzionale è un onore, ma anche un servizio, non un privilegio da perseguire a tutti i costi.
    Inoltre, vorrei farvi presente che l’ineleggibilità dei dirigenti passati e odierni dei vari partiti deve avere un periodo più lungo perché:
    1) chi ha portato la sinistra alla debacle non può essere chi deve cercare di risollevarla; può certo dare una mano dal punto di vista organizzativo, essendo a conoscenza della prassi politica, ma nulla di più;
    2) nell’era mediatica verrà eletto non chi può portare meglio a compimento le necessità del popolo di sinistra, ma chi se la gioca meglio con i mezzi di informazione: chi è più visibile, vince, non ci sono santi!
    3) è da vagliare anche la posizione dei dirigenti di periferia che, siccome ho bazzicato le sedi della sinistra nel mio paese, ho osservato come i dirigentucoli di periferia (quelli che sono rimasti quando i partiti di sinistra hanno deciso che le sezioni si potevano dismettere) è gente che non sa neppure perché gli è stata offerta la carica di segretario di sezione. Bene, gliela hanno offerta perché non c’era più nessuno e l’unico vero loro pregio (o difetto?) è stato solo quello di aver saputo aspettare il proprio turno. Per la maggior parte sono stati solo dei bravi yesman.
    Speriamo di farcela!
    Un caro saluto
    Marco Valentini

    Marco Valentini

    26 febbraio 2009 at 20:37

  3. Condivido anch’io completamente l’appello, ma, come fa giustamente notare Marco Valentini, la questione morale DEVE essere fra i 10 punti essenziali di questa nuova sinistra!!!
    Aggiungiamo immediatamente questo punto cardine please!
    saluti

    Ciccio M.

    27 febbraio 2009 at 16:35


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